Recensione di “Namamiko: l’inganno delle sciamane” – Safarà Editore

Recensione di _Namamiko_ l'inganno delle sciamane_ Safarà Editore

“Ancora oggi conservo chiaramente impresso nella mente il ricordo di quando da bambina salivo al primo piano: le librerie in stile tradizionale rivestite in legno grezzo della biblioteca di mio padre, e gli innumerevoli strati di antichi volumi impilati l’uno sopra l’altro nella luce del sole, sui tatami del corridoio di appena 3 shoku. La maggior parte di essi erano ovviamente libri giapponesi, stampati sui due lati sulla tradizionale carta sottile, oppure testi manoscritti in uno splendido corsivo. […] Tuttavia, solo quando fui all’ultimo anno della scuola elementare, e grazie alle lezioni di calligrafia, imparai a decifrare anche lo hentaigana e riuscii a leggere riga dopo riga i volumi i cui caratteri ora mi erano diventati comprensibili.”

Chi mi segue su instragram avrà già letto il mio post su “Namamiko: l’inganno delle sciamane”, libro scritto da Fumiko Enchi e pubblicato da Safarà Editore, con l’egregia traduzione di Paola Scrolavezza. Si trattava della mia prima recensione, ed era anche la prima volta che partecipavo ad un duo di lettura su instagram (per questo ringrazio ancora Antonella di @giappobooks per avermi coinvolta).

“Namamiko” inizia con una Fumiko Enchi  bambina, seduta snello studio di suo padre, immersa nella lettura, in silenzio, circondata da pile di vecchi libri. Un’immagine semplice eppure potente, che in un battito di ciglia trasporta il lettore indietro nel tempo, in quella zona d’ombra tra la fine dell’infanzia e l’adolescenza.

Una cornice di tempo brevissima e cruciale in cui ancora non abbiamo smesso del tutto di credere alla magia ma in cui iniziamo a percepire, con orrore e piacere, il corpo che cambia e sfugge al nostro controllo. Enchi ci riporta nei pomeriggi silenziosi della nostra preadolescenza, dove fra un libro e un gioco, imparavamo a capire che dietro ogni segnale del nostro corpo si nascondeva una forza potente e inarrestabile.

La stessa forza che ha portato i nostri antenati a venerare statuette della fertilità, inventare divinità del sole e dare la caccia alle streghe. La forza che abbiamo cercato di reprimere con catene, costrutti sociali, religioni e salary gap.

“Namamiko”, iniziando con questa immagine un po’ alla “Matilda” di Roald Dahl, in realtà ci costringe a ritornare al momento esatto in cui per la prima volta abbiamo aperto gli occhi sulla sessualità. La piccola Fumiko intenta a divorare i classici giapponesi, così trasparenza e privi di veli, non è poi così diversa da noi, quando a undici-dodici anni leggevamo con avidità le pagine di libri (e anche di Cioè, ammettiamolo) che ci iniziavano a quei misteri da cui mamma e papà ci avevano sempre tenuto all’oscuro.

E così, dalla prima all’ultima pagina di “Namamiko”, in ogni gesto, in ogni sguardo, in ogni inganno, in ogni possessione spiritica, vera o falsa, sentiamo serpeggiare la presenza dell’impulso sessuale. Un impulso che spaventa, specialmente quando a detenerlo è una donna, creatrice della vita, nel cui ventre le anime passano dal mondo dell’invisibile a quello della materia.

Sacerdotesse di questa forza spaventosa? Ma proprio loro, le messaggere degli spiriti: le sciamane.

Namamiko in poche parole

La premessa che Enchi fa, nella prima parte del libro, è che “Namamiko” vuole semplicemente comparare due versioni della  storia dell’ascesa al potere di Fujiwara no Michinaga, uno dei personaggi storici più influenti e controversi del Giappone dell’XI secolo. Enchi da una parte si avvale di passaggi reali tratti dall’Eiga Monogatari, scritto dalla dama di corte Akazome Emon; dall’altra riporta i retroscena presenti un altro manoscritto inventato, il “Namamiko monogatari” – letteralmente “Storia di false sciamane”.

Il “Namamiko monogatari” sarebbe stato uno dei tanti manoscritti antichi che il padre di Enchi aveva ereditato da Basil Hall Chamberlain e l’ultima volta che lei ne aveva sfogliato le pagine doveva frequentare sì e no l’ultimo anno delle elementari. Per questo i suoi ricordi a proposito della storia, scrive, sono confusi e poco affidabili.

L’intreccio magistrale tra brani risalenti ai tempi dei fatti e il “Namamiko monogatari” getta sulla vicenda dell’ascesa al potere di Michinaga una luce molto meno sfavillante di quella dell’Eiga Monogatari.

Enchi ci parla del Michinaga assetato di potere e manipolatore, disposto a tutto pur di mandare in rovina i figli del fratello Michitaka, inclusa la prima consorte imperiale Teishi, e prendere il controllo della corte Heian del XI secolo. E ci parla anche dei suoi burattini, complici e antagonisti, tutti manovrati dai fili dell’inganno.

Fra loro spiccano le giovani sciamane Ayame e Kureha, due bambole usa- e-getta con cui Michinaga tenta di inscenare dei finti episodi di possessione per eliminare l’ostacolo più grande ai suoi piani: l’amore indissolubile tra l’Imperatore Ichijo e Teishi.

Teishi: i miei “two cents” (controcorrente)

Leggendo le recensioni si “Namamiko” in giro, ho notato che a molti è rimasta impressa la figura di Teishi, la prima consorte imperiale, tormentata e vittima indifesa di Michinaga per il semplice fatto di essere la moglie dell’imperatore.

“Namamiko”, infatti, dipinge una Teishi pura, incrollabile nell’amore per l’imperatore Ichijo, bellissima, sensuale, paziente. Lei è la vittima che sopporta in silenzio, contenta solo di essere amata. In generale ho letto che molti lettori si sono sentiti molto toccati dal suo personaggio.

Io però ho un’opinione un po’ controcorrente sul suo personaggio: e se nell’idea di Enchi “Namamiko Monogatari” fosse stata la versione pro-Teishi dell’Eiga Monogatari? Se proprio come avviene nell’Eiga Monogatari, i fatti fossero stati esposti in modo da costruire l’elogio di una delle due fazioni a discapito dell’altra? Siamo sicuri che la Teishi di “Namamiko” sia una rappresentazione fedele della prima consorte?

Inoltre, il fatto che Teishi sia l’unica a sfuggire al controllo di Michinaga, non fa affatto di lei una donna libera. Perché quello che il “Namamiko monogatari” non racconta è che Teishi fu usata dal padre Michitaka per prendere il potere a corte, proprio come avrebbe fatto in seguito Michinaga. Fu costretta a sposare l’imperatore Ichijo quando questi aveva poco più di dodici anni e lei già sedici. Fu cresciuta e educata al solo scopo di mantenere vivo l’interesse dell’imperatore per lei, di soddisfarlo sempre, di non lasciarlo scappare mai fuori dall’influenza del suocero.

Quindi sì, Teishi è doppiamente una vittima indifesa, ma forse molto meno ingenua di quanto l’abbia dipinta il misterioso autore di “Namamiko monogatari”. Ecco quindi i miei “two cents” sulla morale di Namamiko: Michinaga non è che una metafora per dire che nessuno di noi deve per forza trovarsi al centro di una sanguinaria lotta per il potere per essere legato mani e piedi da fili invisibili.

Kureha una di noi

Se in questo momento qualcuno mi chiedesse “in quale personaggio letterario ti identifichi di più?” credo che risponderei “Kureha”.

La finta sciamana di “Namamiko” mi ha sbattuto in faccia tutti i miei lati peggiori, per questo per lei provo simpatia e compassione. Kureha è lo schiaffo morale di questo libro, quella che rende tutto dolorosamente reale: in lei l’impulso più dirompente e oscuro della forza femminile prende delle pieghe mostruose e le fa fare azioni che lei stessa, a mente lucida, avrebbe trovato impensabili.

Prima è fedele e affezionata alla sua padrona Teishi, tanto da sgattaiolare nella sua intimità e provare per lei un’attrazione quasi omosessuale. Poi la gelosia e l’umiliazione la fanno andare in tilt. E tutto il resto è spoiler.

In Kureha ho rivisto la me delle medie. Quella che alla festa di fine anno passò circa 45 minuti seduta su una panchina ad aspettare che la sua migliore amica di allora finisse di limonare con il tipo che mi piaceva. E quella sera ricordo di averla odiata tanto, la mia migliore amica.

Kureha vede il proprio amante perdere la testa per Teishi la perfetta, Teishi il fiore purissimo, Teishi la povera vittima, e a quel punto desidera semplicemente disintegrarla. Perché noi donne siamo fatte così.

Perché a forza di farci tenere la testa bassa, la bocca chiusa e le gambe ben strette, ci restano solo due vie per dare sfogo alla nostra forza: o ce la mettiamo tutta per sedurre e creare la vita, o ce la mettiamo tutta per distruggere ogni cosa al nostro passaggio.

E comunque quando Kureha pensa di essere arrivata a tanto così dall’annientare Teishi, si accorge di aver annientato solo se stessa. Morale della favola: mai una gioia.

L’edizione di Safarà

“Namamiko: l’inganno delle sciamane” non è stata una lettura positiva solo per il contenuto della storia. La traduzione eccellente di Paola Scrolavezza rende fruibile un testo che anche in lingua originale non è di facile accesso (Enchi, infatti, a tratti usa un giapponese classicheggiante).

Altra nota di merito è la copertina: Safarà non solo ha evitato il solito ukiyo-e di Hokusai o la solita foto di geisha, che anche se magari non c’entrano niente con il testo, secondo molte case editrici continuano a essere una scelta grafica vincente; la copertina, in questo caso, è studiata per rappresentare davvero tutte le tematiche affrontate nel libro.

Ho adorato che nell’ultimissima pagina ci sia una sezione interamente dedicata al progetto grafico di copertina, cosa che non avevo mai visto in nessun altro libro. Confesso che la parte più impulsiva di me vorrebbe sbattere quella pagina in faccia a tanti, troppi editori…

Un altro chapeau va alla scelta di dare voce, oltre al conosciutissim Giorgio Amitrano, anche alle considerazioni della Prof.ssa Daniela Moro, che ho scoperto essere non solo una grande conoscitrice dell’opera di Enchi, ma anche una delle massime esperte di teatro giapponese in Italia .

Per concludere, ho apprezzato il fatto che sia stato inserito un elenco con i nomi dei personaggi, che sono tanti e difficili da memorizzare specialmente per il lettore che è poco pratico di Giappone dell’Era Heian. Come ha detto @giappobooks, forse un albero genealogico avrebbe contribuito a fare ancor più chiarezza.

Ma quindi, in soldoni?

In soldoni, “Namamiko” mi è piaciuto un botto.

Fumiko Enchi è una delle autrici dallo stile più seducente e al tempo stesso brutale che io abbia mai letto. Nella sua scrittura non c’è spazio per ghirigori o giri di parole, va dritta al punto, anche quando il punto è un pugno nello stomaco.

Mi fa piacere vedere che attraverso questa opera, molti lettori si siano avvicinati non solo all’opera di una grandissima scrittrice, ma al Giappone Heian in generale. Spero che “Namamiko” per molti possa essere il primo passo dentro il mondo di Murasaki Shikibu, Sei Shonagon e Ki no Tsurayuki.

Infine, ci tengo a fare un piccolo appunto sulla cosiddetta “letteratura femminile”. Quella che il mercato mette su uno scaffale a parte. Quella che gli uomini non leggono, perché pensano che in fondo un’autrice donna non abbia nulla da dir loro (una casa editrice, infatti, sa che quando pubblica o traduce un’autrice donna perderà una fetta di potenziali lettori semplicemente scrivendo il nome dell’autrice in copertina).

Ecco, ci tengo a ribadire che in realtà non esiste nessuna “letteratura femminile”. Esiste solo LA letteratura.

E che anche se a una metà della mela a volte non basta neppure prendere il Nobel per essere citata nelle antologie di scuola, non è vero che non ha nulla da raccontare al pubblico maschile.

Perché portando questo ragionamento all’estremo, potremmo affermare che Dante parla solo ai guelfi bianchi fiorentini uomini del 1300. E sappiamo benissimo che è un’enorme cazzata.

Per questo vi invito di nuovo a partecipare alla challenge #tiziocaiasoya e soprattutto quando entrare in libreria superate la diffidenza verso le autrici donne: date loro una possibilità. Date loro l’occasione di farvi ascoltare le loro voci.

Perché non serve a niente parlare di parità, quote rosa e abbattimento degli stereotipi se sceglierete di leggere il mondo sempre attraverso gli occhi di una sola metà della mela.

 

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